Tre tipacci senza arte né parte bloccano un ragazzo in bici. Lo prendono in giro, mostrano i muscoli. Il ragazzo riesce a cavarsela senza “problemi”, a lasciare lì i “Bravi” e a raggiungere la palestra dove va per allenarsi. Ed è lì che, grazie all'impegno e al sacrificio, non volendo offre una lezione preziosa ai tre. Il ragazzo del video di cui stiamo parlando è Giovanni Toti. Ed è sua anche la voce fuori campo che recita: “Fare i bulli è facile, se scegli chi è più debole. La voce è forte fuori, ma dentro resta fragile. Mettersi alla prova, questo sì che è difficile. Ogni colpo è un rischio, ogni scambio un imprevisto. Se L'azzurro con i giovani badder cadi ti rialzi, c'è sempre una risposta. Non ti giudicare, ma prendi una racchetta. Lascia la paura, il gioco in fondo è tutto lì. Dai il meglio di te, sempre”. Il video rientra nella campagna avviata da tempo dalla Federazione italiana badminton per sostenere comportamenti corretti e inclusivi, un colpo di racchetta ai prepotenti.

 

E Giovanni Toti come si è sentito a girare quel video?

“A dire la verità, non essendo un contesto in cui ci muoviamo abitualmente, inizialmente non è stato proprio facile interpretare quei personaggi, il bullizzato e i bulli, per farli uscire al meglio”.

 

Impegnativo insomma.

“Diciamo che ho dovuto scavare per trovare l’attore che è in me - sorride Giovanni - Però è stato divertente, un’esperienza nuova per entrare in un progetto importante e affrontare un problema molto difficile della nostra società”.

 

Si ha paura da noi ad affrontare certi temi?

"C’è paura a trattarli, così come a denunciare gli episodi di bullismo. È il timore di essere giudicati, di essere sé stessi e dunque non essere conformi. È un messaggio forte quello che lanciamo”.

 

Riscontri?

“A dire la verità non ho prestato molta attenzione ai commenti. Gli amici mi hanno un po’ preso in giro per questo discorso dell’attore e i sorrisi non sono mancati, ma l’obiettivo era certo molto più importante. Nel mio piccolo, e per quel poco che sono riuscito a costruire, c’è qualche ragazzo di Chiari, la mia città, che da tempo mi ha preso come punto di riferimento. Mi capita allora di ricevere messaggi in cui mi vengono raccontati episodi simili a quello proposto nel video. Momenti come questo mi fanno pensare che abbiamo ottenuto risultati”.

 

A Chiari, Giovanni è anche un importante testimonial per i ragazzi delle scuole.

“Si organizzano spesso eventi al termine dei quali molti sentono l’esigenza di spiegarmi come si sono sentiti. Si aprono. Io cerco sempre di rispondere a tutti e, se posso dare il mio contributo, cerco di offrirlo al meglio”.

 

Mai avuto a che fare col bullismo?

“Da piccolo. Ho avuto problemi da cui non è stato proprio semplicissimo venire fuori e io, forse, ne sono uscito nel modo sbagliato. Succede che in un gruppo di ragazzi dalle parole si passi alle mani. Mio padre, che aveva praticato arti marziali, mi insegnò allora qualche tecnica di autodifesa; quella conoscenza di base che un po’ ti tranquillizza quando la situazione si scalda”.

 

Il tema la coinvolge?

“È così da sempre. Mia sorella, per esempio, fu costretta a lasciare la scuola per questi problemi. Sono tutte dinamiche che mi fanno venire il dente avvelenato e allora reagisco, anche se non sono io il diretto interessato. Il mio allenatore mi dice che prendo troppo spesso le difese degli altri, ma quando qualcuno subisce violenze di questo tipo fatico a passarci sopra. Preferisco mettermi nei guai, piuttosto che fare finta di niente”.

 

Cose positive: il badminton. Com’è stata questa vittoria con le Piume d’Argento? Tra l'altro il primo scudetto per la squadra palermitana.

“Bellissimo. È un titolo che non avevo mai vinto e questo lo rende ancora più bello. Senza certo dimenticare che c'è uno splendido rapporto con i miei compagni di squadra: siamo cresciuti insieme, ci alleniamo insieme. È un legame che contribuisce a rendere importante questa vittoria”.

 

Esperienza da ripetere quella del campionato a squadre...

“Sicuramente la rifarò”.

 

Cosa piacerebbe fare a Giovanni Toti per far crescere il badminton?

“Sono sempre stato dell'opinione che bisogna sfruttare l'onda mediatica, mettendo in campo conoscenze e strumenti dell’epoca in cui viviamo. Le prime cose a cui penso sono dunque i social e il coinvolgimento di figure come artisti o atleti conosciuti di altri sport”.

 

Solo un pensiero, o anche qualcosa di più?

“Dopo le Olimpiadi avevo pensato a un progetto che coinvolgesse proprio personaggi di altre realtà, facendo provare loro il nostro sport. Poi, tra una cosa e l’altra, un torneo e l’altro, la cosa si è un po’ spenta. Anche perché servirebbe un team alle spalle. Da solo non riuscirei a fare nulla”.

 

Messaggio ricevuto. Se diciamo “Olimpiade di Los Angeles”, a Giovanni Toti cosa viene in mente?

“Sinceramente è un obiettivo che non ho ancora messo a fuoco. Dopo l’ultima Olimpiade ho imparato a vivere giorno per giorno, svolgere allenamenti con prospettiva a breve termine ragionando un torneo alla volta. Quando le cose vanno bene, pensare a un macro-obiettivo può darti la carica in più; ma quando vanno male può buttarti giù ulteriormente”.

 

Tutta una questione di pressioni, no?

“Semplicemente un atleta deve capire che non esiste solo l'Olimpiade. Pensiamo al sistema di qualificazione per i Giochi: quello attuale, per garantire un posto a più nazioni possibili, tiene fuori tanti fortissimi giocatori. Mettiamoci nei loro panni: se esistessero solo i Giochi, non giocherebbero mai. E comunque l’Olimpiade è la conseguenza di quanto raccogli dagli obiettivi a breve termine. Prima lo sportivo la capisce e meglio è”.

 

È l’insegnamento di Parigi?

“Sì, e ho avuto modo di rifletterci molto. Prima, quel traguardo a Cinque Cerchi era una questione di vita o di morte. A volte era uno stress esagerato. Il nostro sport non è stress".

 

(Articolo di Christian Marchetti)

 

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