Badmania intervista a Filippo Tortu che racconta i suoi ricordi di Badminton
- Pubblicato: 20 Maggio 2026
Filippo Tortu e il badminton. Un rapporto insospettabile, visto che lo sprinter brianzolo non ne aveva mai parlato, ma anche un modo tutto personale di interpretare racchetta e volano. Comunque sia parliamo di pura passione e divertimento con gli amici nati sin da bambino. Non solo: c’è infatti anche qualche capatina per curiosare un po’ al Centro tecnico federale, il PalaBadminton di via Cimabue a Milano. Quello di Filippo Tortu per il badminton è insomma un amore dichiarato a sorpresa, durante la registrazione di un podcast. E quando al 27enne campione olimpico nel 2021 con la 4x100, primo azzurro della storia a scendere sotto i dieci secondi sui 100 metri, abbiamo proposto un'intervista su questo sport lontano eppure vicinissimo al suo, ha accettato con un sorriso ritrovato, nonostante un fastidioso infortunio.
Filippo Tortu e il badminton, dicevamo: quando è iniziata la liaison?
“Eh, dobbiamo tornare piuttosto indietro nel tempo, a quando ero bambino e giocavo con i miei amici. Quando finiva la scuola, ricordo che ci trasferivamo sempre a casa di mia nonna, in Brianza, che tra giugno e luglio era libera. E giocavamo tutto il giorno! La rete era avventurosa: l'avevamo realizzata con dello scotch legato tra due piante”, ride Filippo travolto dai ricordi.
Ma perché proprio il badminton?
“Mio fratello più grande portò a casa delle racchette e da lì provammo. Il gruppetto di amici era discreto: una ventina di ragazzi, fissi quattro o cinque. Ma vi dirò di più: quando a Milano mi allenavo al XXV aprile, mi allungavo sempre al Centro federale per vedere impegnati i badder più esperti. Tuttavia non ho mai conosciuto i giocatori”.
Cosa le piace di più di questa disciplina?
“Non saprei. Devi essere bravo a imporre il cambio di ritmo, secondo me. Io però non ho mai preso lezioni e, da ragazzini, il nostro era un badminton un po’ più... ruspante, ecco. La rete divideva un pezzo di campo all’ombra e l’altro in cui avevi il sole in faccia. All’ombra non avevi lo svantaggio del sole, però c’era fango e talvolta faticavi a stare in piedi. Nell’altra metà subivi il colpo di grazia”.
Inserito magari in un allenamento potrebbe essere propedeutico all'atletica?
“Tutti gli sport sono collegati tra loro, ciascuna disciplina ha caratteristiche che possono aiutarne altre. L'atletica, di base, è un po’ come il gruppo sanguigno universale, ma può anche ricevere. Il badminton, per esempio, può essere molto utile per aiutare nel movimento dei piedi e nei riflessi”.
Però, vista la regolarità e l’impegno prolungato, potrebbe facilitare più i mezzofondisti che gli sprinter.
“Già, forse è più da mezzofondisti, ma anche gli sprinter hanno bisogno di regolarità. Semmai è la durata che non è proprio dalla nostra”.
Badminton o no, viene da un inverno un po' travagliato sul fronte allenamenti.
“Già. Dal 31 gennaio ho dovuto fermarmi per una lesione al semitendinoso e al tendine della gamba sinistra. Ho fatto tanta piscina e palestra per curare bene il telaio. L'unico programma è stato: tornare integro”.
Nel frattempo, di eventi ne ha seguiti un bel po’ da spettatore. È ancora dell’avviso che “lo sport debba essere messo al centro delle nostre vite” e che “serve una rivoluzione culturale che parta dalle scuole”?
“Certo. Penso che la scuola sia la più importante per far innamorare i bambini fin da subito delle varie specialità, qualcosa che porta effetto benefico sin nell’immediato, rendendo anzitutto più felici. Ti garantisce una formazione diversa e anche un diverso modo di interpretare la vita rispetto a chi non pratica sport. È qualcosa che fa star bene te e te con gli altri. La scuola ha questa possibilità di formare i più piccoli come succede nei Paesi anglosassoni, per esempio”.
Senza lo sport come sarebbe stata la vita di Filippo Tortu?
“Triste. Quantomeno non sarei stato così felice. Il momento in cui sono più felice è appunto quello in cui competo e pratico sport, sia il mio che qualsiasi altro. Che possa essere il badminton o le freccette. Nuotare, nell’ultimo periodo, per esempio mi ha aiutato molto”.
A proposito di freccette...
“Per il terzo anno di fila sono stato a Londra per i Mondiali e mi sono divertito tantissimo. È senz’altro uno degli eventi sportivi più belli che abbia seguito. All’Olimpiade di Milano Cortina mi sono scatenato: ho seguito il bob, l'hockey e la mia disciplina invernale preferita che è il curling. È stato bellissimo, anche perché ho avuto la fortuna di assistere alla finale maschile seduto accanto alla campionessa Stefania Constantini. Mi ha spiegato tutto il dietro le quinte, a cominciare dalla pronuncia! E già lì mi ha sgridato perché io dicevo ‘carling’ e invece è ‘cherling’ ”.
Sentendo anche gli amici di altri sport, quali sono i problemi più grandi da affrontare?
“Francamente a me non piace parlare dei problemi. La cosa che colpisce di più di noi sportivi è il discorso sui sacrifici e detesto parlarne, perché i sacrifici li devono affrontare tutti, nella vita di tutti i giorni. Certo, c’è chi deve farlo maggiormente dal punto di vista fisico, e allora deve rassegnarsi alle rinunce. A me però piacciono le cose belle dello sport. Siamo privilegiati, viaggiamo in tutto il mondo e siamo sempre in posti fantastici a fare ciò che ci piace”.
Nessun problema allora?
“Quelli ci saranno sempre, ma il problema principale è che c’è una narrazione troppo legata al sacrificio. Se la gente si concentra sempre su quello a cui rinuncia, non apprezza ciò che ha”.
Articolo di Christan Marchetti, foto Francesca Grana FIDAL


