Il messaggio della De Marco “L’Italia accetti la diversità”
- Pubblicato: 13 Maggio 2026
L’Italia del futuro ha bisogno di più cittadine come Rosa De Marco. Stella del volano paralimpico azzurro e protagonista del potente video realizzato dalla Federazione Italiana Badminton in vista della Paralimpiade di Los Angeles 2028, la ragazza palermitana contiene le moltitudini di cui parlava Walt Whitman: prima che un’atleta, Rosa è una persona che si fa domande.
Nel video, quando la si sente affermare che “in questo mondo la perfezione non esiste”, verrebbe da aggiungere “… ma i social network cercano di farci credere il contrario”. «Sì, diciamo sui social si ricerca un’idea che non è reale - dice lei - Un modo che sto cercando per raggiungere la perfezione è accettare tutti i miei difetti, e apprezzarli. Non focalizzarmi su cosa non va, né pensare ‘cosa potrebbe pensare la gente di me’; ho smesso di buttare tempo dietro ai ragionamenti altrui. A partire dalle cose più piccole, come il timore che la gente consideri storta la mia bocca! (ride; nda)». De Marco si è divertita assai a girare il video, realizzato dalla mattina alla sera («Ho capito quanta fatica fanno gli attori!»); è sempre la voce di Rosa a enunciare una verità semplice quanto spesso dimenticata: “La sua ricerca (della perfezione; nda) corrompe il futuro e offusca il presente”. Di esempi di questo comportamento ce ne sono a bizzeffe: «Praticamente qualunque persona che conosco, me compresa, non si focalizza sul presente e non si gode i momenti belli, ma è ossessionata da futuro, dimenticandosi che… il presente non è altro che il futuro che desideravamo a lungo». Ci vuole poco quindi a cadere nella trappola di non apprezzare fino in fondo le vittorie sportive, la patente, la macchina nuova. «Ammetto di essere ossessionata dai social, dove compariamo costantemente la nostra vita con quella altrui, pensando che la loro sia perfetta quando in realtà ne vediamo solo il lato esterno. Sono una persona materialista in quanto tengo molto alle cose materiali, come un po’ tutti penso», spiega.
Un messaggio importante che la FIBa tiene a far passare è che la vera forza si cela nell’imperfezione, che la luce delle persone passi dalle “crepe” di ciascuno. Per Rosa, che è nata senza una mano, non è stata questa sua caratteristica una debolezza in sé, quanto il cercare di occultarla. «Ho provato a nascondermi per anni, e soltanto con il tempo ho imparato ad accettare la mia disabilità - ammette - È qualcosa su cui sto ancora lavorando molto, una “crepa” non completamente chiusa ma in fondo alla quale vedo la luce della mia spensieratezza. Quando vedo due persone che parlando mi guardano, mi dico ‘cavoli loro’ e non mi arrovello più sulla possibilità che stiano parlando di me o no». A volte serve anche un aiuto esterno: prima della Paralimpiade di Parigi 2024, quando la pressione era tanta («Me l’ero messa addosso senza motivo», confessa), il mental coach fornitole dalla FIBa l’ha aiutata tantissimo, alleggerendola e trovando soluzioni a quei pensieri che le andavano contro.
Se è vero che la bellezza più perfetta sta “nella ricchezza delle nostre diversità”, l’Italia come Paese ne deve fare ancora di strada per accettare e accogliere completamente le proprie, di diversità. Innanzitutto, combattendo un razzismo che, come un microorganismo vigliacco, continua a sopravvivere latente. «Eh… (sospira). Io sono figlia di due culture, le vivo entrambe e so come l’Italia, mentre tenta di essere accogliente con gli “stranieri”, al tempo stesso mantiene un atteggiamento ambiguo verso chi ha la pelle totalmente nera, come mia madre. Ho molta fiducia però nelle nuove generazioni». Rosa si autodefinisce una “privilegiata” ma sa bene che non tutti i figli di coppie miste possono dire lo stesso. Se poi si parla di approccio alla disabilità, lo Stivale si divide: per un Nord più aperto e accessibile, c’è un Sud «dalla mentalità molto chiusa, che si pone verso i disabili con un atteggiamento di compassione tutt’altro che positivo». Prendere esempio da altri Paesi, «come l’Olanda, dove non ci sono barriere architettoniche e c’è tanta integrazione», farebbe bene all’Italia. Il nostro non è però il luogo peggiore per i portatori di handicap: in Nigeria, patria della mamma, i disabili sono visti «come degli alieni. Fortunatamente tramite i social network si stanno cominciando a far vedere». Il dramma è quando le famiglie chiudono in un “recinto” di difesa i figli disabili per proteggerli dal mondo, finendo con l’isolarli: in Nigeria questo modo di fare, sommato alla grande superstizione, porta ad assurdità del tipo che «se hai un handicap vuol dire che tu o la tua famiglia avete fatto qualcosa di male in una vita passata oppure, come pensava mia nonna, che Dio avesse una Sua motivazione per la mia mano mancante. Tutt’ora quando la vado a trovare mi “rincuora” dicendomi… che la mia vita ha uno scopo!». Una delle grandi fortune di Rosa è stata quella di avere due genitori molto sereni che le hanno provato a trasmettere l’arte di farsi scivolare tutto addosso. «Da un lato sono cresciuta con mio padre che mi ha permesso di fare tutto, dall’altro mia madre mi ripeteva di fregarmene del giudizio altrui», spiega con gratitudine.
Il 2026 della campionessa azzurra si è aperto con la più proficua delle esperienze: un training camp di un mese alla Banthongyord Badminton School di Bangkok, il “tempio” della disciplina che ha sfornato fenomeni (uomini e donne) del calibro di Ratchanok Intanon, campionessa mondiale nel 2013. «Conoscerla è stata un’emozione immensa, e non è stata la sola stella che ho incontrato - ricorda De Marco sorridendo – il capo allenatore del parabadminton, Enrico Galeani, ha dei contatti nell’Accademia e già l’anno scorso avevo avuto la possibilità di andarci con lui per un paio di giorni». Quest’anno non solo Rosa è andata da sola, ma ha anche goduto della “full experience”, un mese intero dedicato completamente allo sport che ama: ogni giornata era riservata al badminton dall’inizio alla fine. «Ho appreso come essere molto “leggera” nel gioco, alla maniera dei thailandesi, che in campo sono sereni. Noi europei abbiamo uno stile più aggressivo». L’insegnamento più importante è stato però uscire dalla comfort zone, condividendo una stanza con due coetanee australiane, un’americana e un’atleta di Hong Kong e osservando 24 ore al giorno la routine giornaliera di altre sportive che, come lei, hanno dedicato la vita al volano. «Ho dovuto adattarmi, non solo al caldo ma anche all’essere quasi ‘costretta’ a fare amicizia con altre persone. Ho legato con una ragazza locale, messaggiamo solo tramite meme divertenti!». A fine febbraio scorso Rosa ha poi preso parte ai Mondiali in Bahrain («Ho letteralmente sfiorato la guerra in Iran per pochi giorni…»), dove ha finalmente sfatato il tabù portoghese chiamato Beatriz Monteiro: «Con lei avevo perso tutte e nove le volte che l’avevo incontrata - ridacchia - In Bahrain invece ho vinto in due set». Qualunque obiettivo le riservi il 2026, di sicuro l’azzurra non si dimenticherà un mantra: “Solo chi accetta di non essere perfetto ha il futuro tra le mani”.
Articolo di Giacomo Rossetti


